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Sbarco di emigranti a Buenos Aires a fine ‘800

L’emigrazione ticinese in Argentina e in altri paesi del Sud America

Durante il XIX secolo numerosi ticinesi, operanti nel comparto edile e provenienti in particolare dal Mendrisiotto e dal Luganese, parteciparono alla colonizzazione dell’Argentina e di altri paesi dell’America del Sud. La maggior parte dei migranti si diresse verso i grandi centri urbani dell’Argentina dove la popolazione in rapida espansione richiedeva un potenziamento delle infrastrutture pubbliche come porti, ferrovie, strade e opere di bonifica.

Il viaggio con un bastimento a vela durava anche tre mesi. Più tardi, con le navi a motore, si arrivava a Buenos Aires in poco più di un mese. Un ufficio federale si occupava della sorte delle persone che partivano in cerca di una migliore fortuna.

Ancora nel 1937 era accordato un sussidio alle famiglie che intendevano stabilirsi in Argentina. Bisognava però anche proteggere gli emigrati da certe agenzie di viaggio e compagnie di navigazione poco serie. Un console svizzero era presente a Le Havre per consigliare i partenti. Dal canto suo anche l’Argentina favoriva l’immigrazione aprendo un consolato a Bellinzona. Dal 1869 e fino al 1892, diverse centinaia di ticinesi partivano ogni anno per l’America del Sud.

In Argentina i ticinesi trovarono un paese che vide il numero di stranieri quintuplicare in 26 anni (1869-1895). Le condizioni di vita non erano facili, con lo scoppio di epidemie (febbre gialla nel 1871, colera nel 1874), l’instabilità politica, le guerre civili e il deprezzamento della moneta. Delle società di mutuo soccorso furono create per aiutare i connazionali nel bisogno. La Società filantropica svizzera di Buenos Aires, fondata nel 1861, contava 190 aderenti e si occupava dei ticinesi malati o senza denaro.

 

Da rilevare, nel 1893, il tentativo di colonizzazione agricola del botanico bleniese Mosè Bertoni che in Paraguay, sulle rive del fiume Paranà, a Puerto Bertoni, a pochi chilometri dalle cascate di Iguazù, creò l’insediamento agricolo “Guillermo Tell”. Fu un esperimento scientifico e sociale interessante che però non sopravvisse alla morte del suo fondatore.

 

Nel settore edile, i ticinesi erano muratori, marmisti, carpentieri, gessatori, tagliapietra, capomastri e architetti; in altre attività emergevano come commercianti, albergatori e industriali. Vi erano anche banchieri, come pure medici, farmacisti, ingegneri, avvocati e insegnanti. Accanto agli emigrati qualificati trovavano naturalmente ampio spazio tutte le altre professioni tipiche dei ticinesi dell’800 come: spazzacamini, ramai, facchini, vaccai e camerieri.

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Città di Montevideo a inizio ‘900

Nel libro di Augusto Pedrazzini, edito nel 1962, sono descritte in modo dettagliato le carriere professionali e politiche di alcuni ticinesi emigrati nell’America del Sud. Le dinastie dei Bernasconi, Chiesa, de Marchi, Matti, Pellegrini, Soldati e Quadri svolsero un ruolo importante nell’attività economica e politica dell’Argentina. In particolare Giuseppe Soldati, fratello di Agostino (fondatore tra le altre cose del Corriere del Ticino) contribuì alla realizzazione di due quartieri della capitale argentina: Villa Lugano e Villa Soldati. Una volta rientrato in patria fu promotore di parecchie opere pubbliche a favore di Neggio e dell’intero Malcantone, come la costruzione della strada che da Magliaso sale a Neggio, di diverse abitazioni nonché della ferrovia Lugano-Ponte Tresa.

L’emigrata ticinese più famosa fu la poetessa Alfonsina Storni, nativa della Capriasca; aveva solo quattro anni quando nel 1896 i genitori si trasferirono con lei in Argentina. Suo padre aprì una fabbrica di birra a San Juan e più tardi una trattoria a Rosario.

I ticinesi rientrati in patria dopo aver fatto fortuna costruirono palazzi e parteciparono all’industrializzazione del Sottoceneri. Una tangibile testimonianza è data dalla lussuosa Villa Argentina a Mendrisio, che venne costruita da Antonio Croci per Giovanni Bernasconi.

Pedrazzini riporta i nomi di 6’470 ticinesi emigrati in Argentina, secondo i registri consolari, gli archivi privati e il loro comune di origine. Questo autore, che fu presidente della Società Filantropica Svizzera di Buenos Aires, ha stimato che l’emigrazione risultò positiva per il 10% degli interessati, accettabile per il 50% e negativa per il 40%.

Dopo la seconda guerra mondiale l’emigrazione cessò e i membri delle società patriottiche divennero sempre meno numerosi. La seconda generazione degli emigrati ottenne fin dalla nascita la nazionalità argentina e non parlava già più l’italiano.

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Ospizio del San Gottardo nel secondo ‘800

Il passo del San Gottardo, il vecchio servizio postale e il traforo ferroviario del 1882

Situato a 2108 m sullo spartiacque tra la Reuss e il Ticino, il passo del San Gottardo che collega i cantoni Ticino e Uri, ha sempre assunto per gli svizzeri un significato profondo, legato alle origini e lo sviluppo del Paese, costituendo parimenti un punto d’incontro delle regioni linguistiche e culturali della svizzera. È quindi logico che nel corso dei secoli si è sempre cercato di superarlo, dapprima a piedi, poi con animali grazie alle mulattiere ed in seguito con veri e propri servizi postali. Solo però con il primo traforo del 1882 fu possibile superarlo anche nel periodo invernale.

Il servizio viaggiatori attraverso il San Gottardo fu introdotto nel 1834 e prevedeva tre corse settimanali tra Flüelen e Bellinzona. Nel 1842 iniziò la corsa giornaliera tra Lucerna e Chiasso, con la diligenza di 8-10 posti trainata da cinque cavalli: tre davanti e due dietro. La costruzione del ponte diga di Melide nel 1844-47 abbreviò il collegamento che venne esteso successivamente in territorio italiano fino a Camerlata, capolinea della nuova ferrovia per Milano. A metà ‘800 il viaggio tra Milano e Basilea durava 49 ore e mezzo, e prevedeva 12 stazioni di cambio. Il massimo di affluenza di viaggiatori si ebbe nel 1875 con oltre 72’000 presenze e oltre 10’000 tonnellate di merci. La durata del viaggio della diligenza era di circa 25 ore da Camerlata a Flüelen e costava 25 franchi. L’ultima diligenza postale attraversò il passo del San Gottardo nel 1921.

La prima galleria ferroviaria del San Gottardo permise di collegare, con un percorso di 15.003 m e una durata media di ca. 10 minuti, Airolo a Göschenen. A 6 km dal portale sud all’interno del tunnel si trova il punto più alto della linea ferroviaria del Gottardo, a 1151 m s.l.m. La galleria venne realizzata tra il 1872 e 1882 grazie ad accordi congiunti stipulati tra Svizzera, Germania e Italia, che ne affidarono l’esecuzione all’Enterprise du Grand Tunnel du Gothard del ginevrino Louis Favre. Fra le personalità di spicco promotrici del grandioso progetto ferroviario va ricordato lo zurighese Alfred Escher.

 

Nel traforo si sperimentarono nuove tecniche per velocizzare i lavori che comportarono però anche dure condizioni per gli operai impiegati e numerosi incidenti. In memoria delle 200 vittime, sul piazzale antistante la stazione ferroviaria di Airolo sorge il monumento dello scultore ticinese Vincenzo Vela.

Fu solo verso la fine del 1882 che i treni cominciarono a transitare ininterrottamente lungo la prima trasversale alpina della Svizzera tramite la “Ferrovia del Gottardo” (costituita a Lucerna nel 1871). Questa compagnia privata nazionale garantì tragitti tecnicamente all’avanguardia con grandi locomotive a vapore, che trainavano convogli muniti di freni automatici e vagoni a quattro assali. La Ferrovia del Gottardo venne rilevata dalle Ferrovie Federali Svizzere (FFS) nel 1909.

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Navigli nella baia di Hobsons Bay a Melbourne a metà ‘800

L’emigrazione ticinese in Australia nell’800

La corsa all’oro in Australia iniziò poco dopo quella in California. La scoperta del prezioso minerale nello stato di Victoria spinse decine di migliaia di europei e asiatici a raggiungere quel lontano continente.

I primi ticinesi emigrati in Australia fecero rapidamente fortuna e ciò indusse molti altri a recarvisi in seguito. Il viaggio durava anche fino a cinque mesi e non era scevro di pericoli. Più tardi, con la costruzione di navi a vapore, la permanenza in mare diminuì e parimenti aumentò la sicurezza.

In Australia si doveva pagare una tassa per ottenere il diritto di cercare l’oro in un posto ben delimitato. I cercatori non erano per nulla contenti di questa tassa da anticipare e nel 1854 ci fu una rivolta con alcuni morti.

Il lavoro era molto duro. Si scavava con picchi e badili per poi portare alla superficie tutto il materiale rimosso, quasi sempre con scarsi risultati. Lo scoramento era frequente e molti ticinesi, come tanti altri, ritornarono in patria più poveri di prima. Questa situazione indusse nel 1863 il commissario del distretto di Lugano a scoraggiare il viaggio in Australia.

Tra il 1850 e il 1860 circa 2’500 ticinesi, prevalentemente del Sopraceneri, si recarono in Australia. Si calcola che un terzo di loro restò definitivamente nel continente ma dovette adattarsi a svolgere altri mestieri. Divennero quindi agricoltori, viticoltori, negozianti e albergatori.

L’integrazione nella società australiana non fu facile, ma già la seconda generazione non parlava più il dialetto ticinese con la conseguenza che i legami con la madre patria si limitavano a un breve soggiorno durante sporadiche visite in Europa.

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Lugano durante la rivoluzione radicale del 1839

Altri motivi per emigrare

Oltre alla propaganda delle agenzie, l’incitamento a partire veniva talvolta anche dagli stessi concittadini che erano già emigrati. Per esempio il friburghese Albert Conus di Saulgy, nel 1873 ritornò in Svizzera allo scopo di acquistare macchine agricole e ne approfittò per invitare tutti coloro ai quali i genitori non avevano lasciato una terra da lavorare a seguirlo. A quanti sognavano di possedere un terreno fece sapere che in Cile ce n’erano a sufficienza e che perfino la fabbricazione del gruviera là era più facile. Alcune di queste informazioni erano inveritiere poiché poggiavano sull’interesse dell’imprenditore e non su quello dei futuri emigranti.

Chi tornava in patria in visita ai parenti, veniva anche a prendere moglie: il gran numero esistente di donne nubili offriva ampie possibilità di scelta. Così la massa degli emigranti aumentava anche grazie al matrimonio e al miglioramento dei mezzi di trasporto. Altre cause che spinsero a partire furono i conflitti di ordine familiare, politico e confessionale. Alcuni emigranti partirono per sottrarsi alle pene di cui erano passibili per aver infranto la legge nel loro paese.

Ma non tutti voltavano per sempre le spalle alla patria: spesso l’insuccesso, ma anche il successo, portarono al rientro al suolo natio. Sono numerosi i casi in cui chi aveva fatto fortuna all’estero ritornava, animando con le sue ricchezze una regione priva di risorse. Alcuni esempi significativi: Pietro Chiesa, che si era costruito una fortuna a Rosario in Argentina, donò al suo paese natale la tenuta Mezzana, presso Balerna, che è la sede dell’Istituto di agraria cantonale.

Le ferrovie a scartamento ridotto delle valli ticinesi sono state costruite in buona parte con i soldi delle famiglie Soldati, di Emilio Maraini e di Giovanni Pedrazzini.

 

Lorenzo Delmonico, pur essendo rientrato in patria solo per un breve periodo, offrì al suo paese natale, Mairengo, una fondazione che permise la costruzione del municipio, della casa parrocchiale, dell’altare maggiore e della strada per Faido.